La prima domenica di questo giugno 2021. Finalmente un caldo estivo, come piace a me.
Una giornata tranquilla, molte persone sfruttando il ponte del 2 giugno stanno trascorrendo un anticipo di vacanze. Qualcuno al mare, altri in montagna, non importa dove, la cosa fondamentale è evadere dopo questo anno e mezzo così difficile. Il covid non ci ha dato tregua, ma ora forse iniziamo a vedere un filo di luce al fondo del tunnel.
Io per il momento mi accontento di brevi gite al massimo di un giorno, ma domenica avevo bisogno di stare un po’ a casa, ebbene sì, dopo tanti mesi “casalinghi” domenica non volevo uscire, capita!
Ad ogni modo, nel pomeriggio ho cambiato idea e mi è venuta in mente la Precettoria di sant’Antonio di Ranverso. La visitai un’unica volta, tantissimi anni fa. Sapevo che mi era piaciuta, ma i miei ricordi erano vaghi, per cui, complice la bella giornata, ho pensato di tornarci.
La strada che conduce a questo gioiello attraversa campi e boschetti che sono l’anticamera della bella valle di Susa.
Un bel viale alberato ci ha condotti a questo meraviglioso complesso e con grande stupore ci siamo trovati davanti a un gruppo di figuranti che, in abiti d’inizio ‘900, consumavano un picnic comodamente seduti su un praticello antistante la chiesa.
Uno spettacolo davvero delizioso che mi ha portata indietro nel tempo a cent’anni fa.
Mi sono domandata se in quel periodo le persone comuni dessero importanza a questi capolavori architettonici così antichi. La mia risposta è stata: di sicuro qualcuno sì, ma per molti, soprattutto lo strato più povero della popolazione, no di certo. Avevano altri problemi più importanti che erano quelli legati alla sopravvivenza, al poter mangiare e vivere con quel poco che possedevano.
Direi, quindi che siamo molti fortunati oggigiorno a poter dedicare i nostri pensieri a simili bellezze.
Il complesso nacque intorno al 1188 come ospedale per offrire assistenza ai pellegrini che percorrevano la via Francigena e per curare chi aveva contratto il “Fuoco di sant’Antonio”.
Nel corso degli anni la chiesa fu più volte rimaneggiata, ma devo dire che ciò che è giunto sino a noi è meraviglioso. Molto grazioso l’esterno, ma stupefacente l’interno con i suoi affreschi.
Ben conservato consente al visitatore d’immergersi completamente in quel luogo che è un perfetto connubio di misticismo e arte.
Stavo contemplando ogni singolo dettaglio ed ero in procinto d’immaginare la vita in quei tempi così lontani quando mio marito mi ha detto:
“Se vuoi ancora fare un salto alla Sacra dobbiamo andare”.
Uffa questi uomini così terreni e contemporanei, non sognano mai!
Va beh, non importa, forse aveva ragione. A malincuore ho lasciato l’abbazia di Sant’Antonio di Ranverso.
Giunti alla Sacra di San Michele che ho visitato tantissime volte sin da bambina, mi son fermata a osservarla dal basso.
Imponente, austera e severa osserva dall’alto del monte Pirchiriano ciò che accade ai suoi piedi.
Chissà a cosa pensa? Pensa? Ma sì voglio credere che in fondo abbia un’anima.
A mio avviso si tratta di un complesso stupendo, ma troppo turistico e purtroppo credo che molte persone che vi si recano non siano interessate all’edificio e alla sua storia, bensì allo stupendo panorama che si gode da lassù. Tutto ciò lede un po’ il fascino di questo luogo.
Inoltre molte parti dell’abbazia sono ricostruite, gli ascensori che ne consentono l’accesso anche ai disabili (assolutamente giusto) deturpano l’unicità di questo maestoso edificio.
Non importa, ogni tanto una capatina è doverosa perché è bene ricordare che tale abbazia romanica sorse poco prima dell’anno 1000 in un contesto geografico non facile, con una lunga storia eppure è ancora lì che ci osserva.

Articolo e  foto di L. Faccioli (Dal Gruppo Facebook Gite fuori porta in Piemonte)

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