Come sa bene ogni lettore di favole, l’eroe che parte alla ricerca di un bene prezioso – principessa, tesoro o sacro calice che sia – deve affrontare un lungo cammino non privo di ostacoli e ritardi prima di giungere alla meta desiderata.
E così è stato per noi, protagonisti di quella che si è rivelata una sorta di avventura ricca di risvolti fiabeschi.

È una tarda mattinata di inizio febbraio, gelida ma soleggiata, il fiato si condensa in bianche nuvolette e noi quattro siamo imbacuccati come per una spedizione al Polo Nord.

Te la ricordi ancora la strada?
Quasi quasi prendo anche sciarpa e guanti
Non dimenticare il navigatore anche stavolta!
Dicono che si debba spaccare il minuto o si manca lo spettacolo…

Ecco, siamo finalmente pronti, si parte, Federico alla guida.

Pino, Chieri, Andezeno, Moriondo, una discesa tutta curve fino a Castelnuovo Don Bosco. Alla prima indicazione, si svolta in una stradina che pare ricondurre in paese, ma no, alla rotonda ci si inerpica su per una salita, le case si rarefanno e a mano a mano le onde infinite delle colline del Monferrato si spiegano a ventaglio davanti ai nostri occhi; un campanile svetta in lontananza, un castello imponente corona un paese, a perdita d’occhio la geometria ordinata dei vigneti. La strada ora scende, ora sale, ora curva: procediamo in totale solitudine, nessuna auto ci supera o ci viene incontro e il silenzio cala sulla compagnia, intenti come siamo ad ammirare il brullo paesaggio invernale che conserva tuttavia una dolcezza che incanta.

Siete sicuri che si debba andare ancora avanti?

a Giovanna, ansiosa, pare che la nostra meta sia stata ormai superata. Col navigatore dimenticato a casa, procediamo alla cieca.
Fortuna vuole che incrociamo un ciclista solitario cui riusciamo a chiedere indicazioni. Stretto dialetto piemontese: sì, abbiamo oltrepassato il bivio di Albugnano da un bel pezzo; sì, dovevamo svoltare a sinistra, “venta calè giù”, bisogna scendere, e troveremo il tesoro che cerchiamo.
Eccoci a rifare il percorso a ritroso, curve, tornanti, discese, rettilinei, in fretta, più in fretta, non possiamo sbagliarci, impensabile mancare proprio questo appuntamento.

Che ora è?

chiede Francesca con apprensione: sono le due, siamo ancora in tempo.

Finalmente compare il cartello giallo che non abbiamo scorto prima.
L’auto procede lenta lungo la stretta discesa, un’altra curva, la abbandoniamo con sollievo in uno spiazzo e via di corsa lungo il sentiero sterrato.

In fondo alla conca, invisibile dalla strada, come un gioiello troppo prezioso per essere mostrato a chiunque, la sorpresa dell’abbazia di Vezzolano adagiata – o meglio, acquattata- su un prato fitto di meli, due palme sottili a farle da sentinella, a circondarla la quinta verde dei boschi.
Armonia celeste di forme romaniche, calore del mattone e delle tegole in ogni sfumatura di rosso e rosa, fasce chiare di arenaria e colonnine sottili a ingentilirne la facciata. Federico, nella parte di cicerone, ci guida ad osservare i tre bacili incastonati nel muro (“Ma davvero vengono dall’oriente?”), l’eleganza della bifora, l’originalità della lunetta dove lo Spirito Santo-colomba sussurra un segreto all’orecchio della Vergine.
Ci spiega che durante il restauro si sono trovati resti di azzurro lapislazzuli, di verde, di nero (“Pensate, i capelli della Vergine erano rossi!”), così che agli occhi dei suoi contemporanei la facciata doveva presentarsi meravigliosamente sfavillante di colori.

Presto, venite! È ora!

Francesca è già sulla soglia e ci invita all’interno.
Dentro alla chiesa il freddo è quasi più pungente che all’esterno; oltre il nartece, dove Giovanna si attarda a osservare le sculture del pontile, si è radunata una piccola folla immobile e composta che, come noi, è in attesa quasi col fiato sospeso, gli occhi fissi sull’abside.

Improvviso, lo spettacolo sorprendente si ripete secondo un secolare, magico copione: attraverso la bifora della facciata, un raggio di sole del primo pomeriggio si fa strada fino all’abside e inonda dapprima la statua dell’angelo a sinistra, sceso ad annunciare a Maria – “angelus domini nuntiavit Mariae” – che Cristo, luce del mondo, nascerà dal suo grembo; poi lentamente, come se una regia precisa e invisibile lo dirigesse, si sposta sul lato destro ad illuminare la statua della Madonna di un chiarore quasi trascendente.

Nessuno parla, nessuno scatta fotografie, affascinati come siamo tutti da un prodigio che si ripete da secoli, in una fusione perfetta di astronomia e architettura del tutto inaspettata in questo angolo nascosto del Monferrato, lontano dai percorsi turistici più conosciuti, gemma sopravvissuta nel tempo a trasmettere la sua antichissima lezione di cultura e bellezza.
E quando l’abside torna in ombra, la piccola folla silenziosa si disperde quasi di malavoglia, qualche bisbiglio appena, tutti quanti ancora sotto l’incantesimo dello spettacolo cui abbiamo avuto il privilegio di assistere.

“Pensate, ragazze, – riprende sottovoce Federico, mentre ci avviamo lentamente verso il chiostro – pare che la chiesa sia stata costruita, più che in asse con il sole, in corrispondenza del levarsi della luna che, lo ricorderete di certo, era uno dei simboli della Madonna, di cui l’abbazia porta il nome…”. E conclude, emozionato e quasi commosso: “E noi, dopo centinaia d’anni, siamo ancora qui ad ammirarla, pur senza poter dare neppure un nome e un volto a coloro che la progettarono né alle maestranze che la costruirono!”.

articolo scritto da Chiara Marsan

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